lunedì 25 giugno 2012

Le cose sono tante cose

Le Cose sono tante cose. Sono figlie del loro passato, dell'idea che le ha concepite, delle mani che le hanno plasmate, del progetto, del lavoro, dell'imprevisto, del tempo. Sono profetiche, riposte in attesa del futuro, sognate, progettate, preparate, disposte. Portano segni di chi le ha possedute, desiderate, perdute., ma anche una traccia di chi le accoglierà. Le cose sono vagabonde, corrono di mano in mano, scivolano nelle tasche, affondano nelle borse, trovano rifugio nei cassetti. Compaiono, si nascondono e si perdono. A volte si ritrovano, a volte no. Cambiano forma ed utilizzo, circolano. Si nutrono di idee, pensieri, energie, delle nostre storie e di quelle altrui, e celano nel ventre qualcosa che somiglia alla nostra voce. Sono camaleontiche. Mutano forma, uso, senso, a seconda di chi le guarda. Le cose esistono solo per chi le cerca. Ci sono cose che fanno viaggiare gli uomini, altre che viaggiano con loro, fedeli e inosservate, eppure essenziali, discretamente indispensabili. Le cose agitano, mescolano, muovono i popoli. Sono nomadi, esistono solo per transitare, e se si fermano è per farci incontrare, scontrare, fondere, moltiplicare. Le cose ci creano. Sono libere, e ci liberano se le lasciamo andare. Vi aspetto alla Piazza delle Possibilità(a Parma presso ArtLab occupato)ogni mercoledì sera per lasciare che le cose ci incontrino e ci facciano incontrare, per liberarle e liberarci. enrica

venerdì 29 ottobre 2010

Noia


A mio padre.


Arriva prevedibilmente puntuale, calda di sole umida di pioggia.
Ne sento il presagio nell'aria. Umore amaro e riconoscibile.
«Chi sei, figlia?» Le chiedo. Quasi per gioco, quasi per noia.
«Oggi sono noia» Mi risponde.
«Accomodati, ti aspettavo».
Entra nella stanza, scirocco del deserto, afa padana.
Chiudo il libro che stavo leggendo.
Siede e tace come un amico che viene da lontano ma non ha niente da raccontare.
Presenza familiare ma muta.
Assenza. Specchio.
«Cosa fai qui se non hai niente da dirmi?»
«Aspetto. Come sempre, papà».
«Cosa aspetti?»
«Che tu viva».
Osservo i fiori sul suo vestito sbiadito. Gialli, spenti. Per lei sono ornamento, per me un inno ad ogni fine.
Mi chiedo perché abbia scelto proprio quell'abito. Tento di immaginarla di fronte all'armadio mentre pensierosa scorre le dita tra le stoffe, estrae l'abito e lo indossa. Buffa parodia di primavera.
Passa qualche istante. Sospensione fresca, onniscienza.
«Sono qui» mi dice «per raccontarti degli anni che corrono come lucertole di cortile, del tuo tempo speso a contemplarle senza tendere la mano per afferrarne la coda, senza stringere nel pugno un qualche senso caldo, rettile.
I tuoi giorni si sciolgono al sole e tu ancora non ne senti il calore. Voglio cantarti delle nostre città affollate, delle strade che vivono di toni stranieri e lingue vagabonde, come sinfonie d'organo. Canti zingari. Danze balcaniche. Voglio raccontarti di mercati, di profumi, di fruscio di dita sulle stoffe, delle urla gabbiano dei venditori. Voglio parlarti della nostra gente forte, di terra e di lavoro, di torrente, montagne e barricate. Di vino rosso e arie d'opera.
Voglio dirti ancora di pietre e di radio, di bandiere e di idee, di vent'anni, di me...».
Interrompo con uno sguardo il fluire doloroso delle immagini. Sono aghi.
«Conosco queste cose, sono stato giovane e le ho vissute. Ora il tempo è un sacco da riempire, sempre troppo vuoto e troppo pesante».
«Sei un vecchio albero di sole radici ancorato alla terra. Certo sei saggio e conosci tutte le cose, ma non le ami più, e se non le ami non le respiri. Se non lasci che siano il tuo ossigeno non muoverai un passo».
Mentre mi risponde resta immobile come fosse oracolo di saggezza antica, atavica.
Ride. Acqua che sgorga dalle rocce. Biblica.
Sono condannato da un giovane vestito liso, a fiori gialli.
Le offro un caffè silenzioso, le chiedo dell'università e degli esami.
Esce come è entrata, volteggiando con noncuranza.
Resta un suono opaco di sandali di cuoio.
Apro la finestra e riprendo a leggere.
«Quel libro vorrebbe parlare di vita ma lo fa senza amore, come te.» direbbe lei.
Dal negozio sulla strada salgono voci ed un profumo speziato di carne arrosto.
Carne halal. Un piacere permesso, sacro.
L'arabo del venditore mi ricorda il deserto che non ho mai visto,i lunghi passi beduini.
Penso ai miei passi, alle distanze che non so più coprire nemmeno in sogno.
Poi la immagino camminare per la strada. L'orlo del vestito accarezza l'asfalto, quasi a conquistare ogni luogo su cui danza, ogni lembo di vita che attraversa.
Spazio e movimento sono per lei due dimensioni ancora totalmente spontanee. Esigenze.
L'aroma si leva dal negozio come fumo sacrificale. Omaggio ad una divinità nomade di tende e di sabbia, di spazi e tempi eterni.
Mi inebria.
Inspiro profondamente e mi alzo.
Mi sembra quasi di odorare la vita.

Pia

Mia nonna mi ha insegnato
come tenere la schiena dritta
e portare i pesi in equilibrio sull'anima.
Se l'autoindulgenza non fa le ossa buone
il vino rosso fa il sangue forte.

Un viaggio

Un viaggio è un albero
fitto
di punti interrogativi,
che li vedi
che li segui
che ne perdi le radici.
Poi le cerchi e le ritrovi,
e da radici sono ombra,

che è riposo finalmente
che è respiro.

mercoledì 29 settembre 2010

Liberaci

O Dio,
liberaci dall'affamato
che cresce affamato,
e dal sazio
che cresce orgoglioso.

Racconti e naufragi . Quattro.

Sto vivendo come un animale.
Ma non sono altrettanto libero.

H.

Racconti e naufragi . Tre

Vivere in questo paese,
se non sei italiano,
è come non avere le mani.
Non puoi fare niente,
né muoverti
né lavorare.
Sei costretto a sentirti malato.

H.

Alda

Se scrivessi per vivere
non arriverei a Natale.

Racconti e naufragi . Due

E' molto freddo l'asfalto
a febbraio.
Non so bene se si dorme
o si sviene.
Comunque sia
ci si sveglia immobili,
crisalidi di gelo e illusioni
con i desideri ibernati.

Racconti e naufragi . Uno

Cento euro al mese
per una stanza buia
senza finestre.
Parma è fuori.
Parma non lo sa.
Parma è seduta al sole
e ordina un caffè.

Non c'è altro Dio all'infuori del mondo,
di questo nodo che pulsa,
che mi stringe e mi perde.
Non c'è altro Dio all'infuori del vento
che corre dal mio orecchio,
che abbraccia corpi, rocce, acqua, sale.
Non c'è altra preghiera
che io riesca a comporre.

La strada verso Dingle

Non so ancora cosa penso dell'Irlanda. Nonostante il paesaggio sia di una bellezza purissima non riesco ancora a farmi assorbire dai colori e dai luoghi. Forse mi manca la solitudine per innamorarmi pienamente di questo viaggio, perché queste strade mi trasformino.
Qui il contatto con la terra è intensissimo. Il profumo dell'erba bagnata dalla pioggia gonfia polmoni e cervello.
A tratti dal finestrino vedo solo rocce, mare, cavalli e cielo. Qualche casa, isolata. Qui lo spazio è soprattutto distanza.
E poi piove. Qualche umano cammina nella pioggia e ne fa parte. La gente vi si adatta, la vive, ci si addentra e ne viene ornata.
C'è purezza nell'aria e sulla terra.
I centri commerciali si addensano alle porte delle città come mostri grigi ed obesi. Inorridisco.
per fortuna le città finiscono. Tornano le distanze.
Sulla strada verso Dingle trovo il mio posto divino.
Il verde si tuffa nel vuoto e nel mare che lo raccoglie centinaia di metri più giù. Non so dove siamo, il silenzio è grandissimo e profondo. La pioggia bagna le pagine su cui scrivo.
Respiro a pieni polmoni, quasi potessi contenere tutto questo vento e questo verde e sentirmi più ancorata alla terra. Essere pesante per non arrendermi alla gravità del vuoto sottostante. Per resistere come fanno queste scogliere.
Respiro sale e terra che mi partoriscono ancora una volta.

La Moschea di Parigi


Nonostante i turisti e le fotografie, si respira armonia e silenzio.
Legno, alberi di limone, ceramiche bianche e turchine. Il sole si specchia sui mosaici dei pavimenti e sui muri. Se guardo in alto vedo il minareto. Si impone con la sua semplicità tra i tetti parigini che impallidiscono frivoli al suo fianco.
Qualcuno mi ha detto "Islam è pace", e pace è proprio quello che abita queste pietre.
Sono contenta di essere venuta, mi riposo un po' dalla metropoli da cui sono stata inghiottita in questi giorni. Qui Parigi torna bambina e dimessa.
La moschea vive e non si cura di me, sembra che tutti si conoscano.
Le donne sono bellissime nei loro vestiti ricamati, si fotografano a vicenda insieme a figli e mariti con cellulari e fotocamere. Vanitose. Sanno quanto sono belle nel sole pomeridiano.
Pace fino al mattino.
Io. Quanto sono immensamente lontana dalla divinità. Mi rattristo.
Eppure non riesco più ad andarmene, è come se il mio corpo non volesse lasciare questo luogo. E' meraviglioso essere qui. Canto di uccelli, vento, qualche parola araba qui e là, volatile, piumata.
Pace fino al mattino.

martedì 7 settembre 2010

Cittadinanza: Italiana
Tradizione: Italiana
Cucina: Italiana
Letteratura: Italiana
Eleganza: Italiana
Indifferenza: Italiana
Omertà: Italiana
Umanità: Respinta
Clandestina.

sabato 3 luglio 2010

Libia

Leggo il giornale con orrore. Voglio scriverne ma non trovo parole per commentare quello che sta succedendo in Libia in questi giorni, mentre il mondo è seduto con ciabatte e birra di fronte ai mondiali.
Penso agli amici che quel viaggio l'hanno fatto. Che sanno cos'è una prigione libica. Che sanno che mai ci si dovrebbe andare, mai. E soprattutto mai ci si dovrebbe tornare. Come sanno che non si può e non si deve ritornare al paese da cui si è fuggiti disertando il servizio militare. Che l'accoglienza non sarà buona, ma qualcosa di disumano, come questo silenzio.
Come sfondare questo muro di indifferenza non lo so. I chilometri non cancellano le storie, né i segni delle botte. Vorrei poter dire ai miei amici eritrei di tormentarci, di raccontare continuamente i loro viaggi a chiunque, ovunque. Che ad ogni singolo italiano incontrato in autobus, in treno o al supermercato regalino una parte di storia e di orrore. Un po' di ferite, di sete, di piaghe...tutto quello che non si può raccontare.

sabato 26 giugno 2010

La Poltrona


Non ricordo come si chiama, forse non lo so. Mi piace quello che dice.
Lo dice sprofondando in una poltrona a rotelle, sotto un albero. Grigia, finta pelle da ufficio. Venerdì sera, giardini Fava, Bologna. Non è arrabbiato ma parla chiaro, pensa chiaro.

"Vi stanno togliendo tutti i diritti, uno ad uno, e voi non fate niente. Mi dispiace dirlo, ma questa cultura italiana del non pensare e del non agire è una vostra enorme stupidità. Prima di venire in Italia credevo che il problema dell'Africa fossero il colonialismo e ciò che ne ha preso il posto, ma soprattutto gli europei.
Vi immaginavo ricchi sfruttatori. Poi sono arrivato qui e vi ho visti, ho visto che avete i nostri stessi problemi, che vivete come noi e vi ribellate meno di noi. Allora ho capito che non esiste più nero e bianco, non può più esistere una lotta così. Esistono europei poveri ed africani poveri. Esistono ricchi e poveri, senza colori. La lotta è globale, la lotta deve essere globale.
Penso ad uno dei più grandi leader africani, Thomas Sankara. Lui aveva capito: non ha mai attaccato o accusato gli europei di tutti i mali africani, ma ha accusato il capitalismo. Non si tratta di persone o razze, ma di modelli economici. Sankara andava in bicicletta, guidava una Renault 5, viaggiava in classe economica. Ha vissuto come viveva il popolo, ha promosso la salute del popolo.
E' stato uno dei primi a dire che la gente aveva diritto di mangiare ciò che coltivava e di coltivare ciò che voleva mangiare.
La politica europea è fondata su una menzogna e nessuno la smaschera. La menzogna è quella di pensarvi democratici. Ciò che per voi è deemocratico è il vostro interesse e pretendete anche di esportarlo. Chiedetevi cos'è questa democrazia che vi fa fare la fame".
Poi sprofonda nuovamente nella poltrona: "Mi piacciono le poltrone, a casa dei miei amici tutti mi lasciano la poltrona appena entro".

Estrae un'armonica e suona.
Io penso a noi, schiavi di una poltrona fantasma, ormai anche un po' scomoda.

venerdì 4 giugno 2010

Giugno mimetico

Attraverso la città pedalando. A Parma qualsiasi distanza si può coprire in bcicletta, e questo mi piace. Mi perdo per le strade del centro, l'aria è calda, è tempo di giugno.
In piazzale della Pace c'è gente, tanta gente, anche se ancora non si sentono le chitarre e le percussioni estive.
In piazzale della Pace ci sono anche due uomini in divisa mimetica. Sono militari.
E' per la sicurezza. Sono una trentina, ruotano. Sono distribuiti in alcune aree "sensibili".
Li guardo camminare in coppia, armati. Attorno a loro Parma continua il suo pomeriggio sonnolento. Gente al bar, chi guarda le vetrine, chi passeggia sui tacchi. Lo scenario è surreale. Aria di guerra per la pace dei parmigiani.
Non so a voi, a me le armi fanno paura.
Ad Addis Abeba prima delle elezioni ho visto militari ad ogni angolo. Erano uguali.
Dove finisce il regime e dove inizia la sicurezza?
Io non mi sento sicura, ma legata.

giovedì 6 maggio 2010

Razzismo di ritorno

Come uscire da quella tipica situazione in cui tu,
ventenne fiduciosa,
una sera di maggio vai a teatro...
C'è uno spettacolo organizzato da Libera sui fatti di Rosarno.
Ti siedi, guardi lo spettacolo, poi le luci si ccendono e tu ti accorgi che in sala ci sono 35 persone,
tutte italianissime, pulitissime, bianchissime.
Pochissime.
E sempre le stesse...
Come uscire da questa specie di circolo di illuminati depressi?
In fondo non riesco a non pensare che in questo essere pochi, essere "noi", non ci sia un po' di autocompiacimento.
Tutta questa gente, che legge i libri sulla migrazione e non perde una rassegna sull'Africa,
mi chiedo se abbia mai condiviso un pasto con uno straniero, un divano, una panchina, un posto sul treno o sull'autobus,
un pensiero, una parola.
Penso ai miei amici, non razzisti,
anche di sinistra.
Penso ai loro sguardi quando mi incontrano con un amico africano.
Li vedo, confusi.
Non sanno se pensarmi come un animo gentile, mossa da sentimenti di pietà per i poveri e sfortunati migranti, oppure se ridere e ammiccare, come se non potessero fare a meno di fare congetture su quale tipo di ambiguità ci leghi.
Come se non fosse possibile nessun altro tipo di incontro.
Filantropia vittoriana o esotismo. Non c'è altra interpretazione.
Questo è razzismo, è serpeggiante, discreto, ma è razzismo.
Razzismo liberale, razzismo di ritorno, che nasce anche dall'autoesclusione a cui ci condanniamo, che scegliamo. Quella delle rassegne, delle mostre, delle cene africane senza africani, in cui noi vediamo la rappresentazione tranquillizzante di qualcosa che non conosciamo, che accogliamo solo formalmente. Così non ci sentamo razzisti, eliminiamo il senso di colpa. L'Africa ci piace, ma l'Africa qui non ci riguarda.
Non la incontriamo. Cosa vuol dire africano? chi sono gli africani a Parma? Come vivono? dove vivono queste persone? Come si chiamano? Da dove vengono?
Scopriremo mai che Solomon è eritreo, che non è la stessa cosa che essere etiope, che a sua volta è diverso dal dire "africano"?
Penso soprattutto a Parma, alla netta separazione degli spazi urbani tra Parmigiani e Stranieri,l'elegante apartheid che viviamo ogni giorno, che scegliamo.
Ci penso, e mi riesce un po' difficile trovare una soluzione.
Ieri, dopo l'ennesimo incontro sulla migrazione torno nella mia casa di Bologna. Io e Valeria, la mia coinquilina invitiamo degli amici a cena. Abraham, eritreo, Mor e Khadim, senegalesi. Loro sono più italiani di noi, vogliono vedere la partita, perché gioca l'Inter e poi anche un film su Italia 1. Noi sono mesi che non accendiamo la tv, così ci incastriamo tra cavi ed antenne per cercare di ottenere un immagine decente. Io credo che questo non possa e non debba stupirci. Mi auguro che non debba stupirci più.
C'è un detto etiope secondo cui noi uomini siamo tutti polmoni che respirano, solo polmoni che respirano. E sia.

lunedì 3 maggio 2010

Non so scrivere un libro

A volte sono spiaggia, greto di torrente, argilla. Spesso sono deserto.
Sono argilla quando ho la sensazione, come un'antica consapevolezza, di possedere un universo di storie, verità relative da raccontare.
Sono deserto quando mi accorgo che il mio tesoro di storie non esiste, che il mio discorso è un soliloquio.
Vivo ed invento frammenti, particolari che non so fondere, non so fare universo.
Sono uno scarso demiurgo.

Welcome, gennaio 2010

Fortunatamente questa sera ho deciso di non risparmiare e sono andata al cinema. Sfortunatamente per voi, vi scrivo ancora.
Ho visto Welcome.
Degli amici me ne avevano parlato bene, e poi il titolo mi interessava. Una parola mai così svalutata.
Il film è splendido e agghiacciante. Non fate programmi per il dopo, se andrete a vederlo. Avrete solo voglia di tenervi la testa tra le mani. O magari l'avete già visto e lo sapete meglio di me. Bilal è curdo, arriva clandestino in Francia, a Calais da dove spera di imbarcarsi per l'Inghilterra. Là c'è la sua fidanzata. Bilal ha sedici anni, l'età di mio fratello e i suoi stessi sogni. E' bravo a giocare a calcio, vorrebbe giocare nel Manchester. Dopo aver esaurito soldi e tentativi Bilal prova l'ultima impossibile soluzione: traversare la manica a nuoto. Si allena tutti i giorni, nuota in mare aperto aiutato da un insegnante di nuoto che rischia il carcere, perchè favorisce e fomenta l'immigrazione clandestina secondo l'ultima legge francese sull'immigrazione, un capolavoro di disumanità.
Guardatelo, è importante. Adesso come non mai, se non altro per continuare a “sentire” umanamente se pensare non ci riesce più.
La vera traversata dobbiamo farla noi che consideriamo straniero anche il nostro vicino di casa,che viviamo nelle nostre piccole nevrosi “civili” e lasciamo che si consumino sotto i nostri occhi le ingiustizie che 60 anni fa non abbiamo tollerato e dalle quali ci siamo liberati. Ora non le vediamo più, sono miserie di altri, clandestine.
Quello che succede oggi a Rosarno è il benvenuto mancato. C'è qualcuno che è stanco di essere invisibile, di essere un concetto, un 'astrazione, un problema. C'è chi, nonostante tutto non ha ancora abdicato alla dignità. E per noi questo è sconcertante, non siamo preparati. Noi la dignità non ce la ricordiamo più.