mercoledì 29 settembre 2010


Non c'è altro Dio all'infuori del mondo,
di questo nodo che pulsa,
che mi stringe e mi perde.
Non c'è altro Dio all'infuori del vento
che corre dal mio orecchio,
che abbraccia corpi, rocce, acqua, sale.
Non c'è altra preghiera
che io riesca a comporre.

La strada verso Dingle

Non so ancora cosa penso dell'Irlanda. Nonostante il paesaggio sia di una bellezza purissima non riesco ancora a farmi assorbire dai colori e dai luoghi. Forse mi manca la solitudine per innamorarmi pienamente di questo viaggio, perché queste strade mi trasformino.
Qui il contatto con la terra è intensissimo. Il profumo dell'erba bagnata dalla pioggia gonfia polmoni e cervello.
A tratti dal finestrino vedo solo rocce, mare, cavalli e cielo. Qualche casa, isolata. Qui lo spazio è soprattutto distanza.
E poi piove. Qualche umano cammina nella pioggia e ne fa parte. La gente vi si adatta, la vive, ci si addentra e ne viene ornata.
C'è purezza nell'aria e sulla terra.
I centri commerciali si addensano alle porte delle città come mostri grigi ed obesi. Inorridisco.
per fortuna le città finiscono. Tornano le distanze.
Sulla strada verso Dingle trovo il mio posto divino.
Il verde si tuffa nel vuoto e nel mare che lo raccoglie centinaia di metri più giù. Non so dove siamo, il silenzio è grandissimo e profondo. La pioggia bagna le pagine su cui scrivo.
Respiro a pieni polmoni, quasi potessi contenere tutto questo vento e questo verde e sentirmi più ancorata alla terra. Essere pesante per non arrendermi alla gravità del vuoto sottostante. Per resistere come fanno queste scogliere.
Respiro sale e terra che mi partoriscono ancora una volta.

La Moschea di Parigi


Nonostante i turisti e le fotografie, si respira armonia e silenzio.
Legno, alberi di limone, ceramiche bianche e turchine. Il sole si specchia sui mosaici dei pavimenti e sui muri. Se guardo in alto vedo il minareto. Si impone con la sua semplicità tra i tetti parigini che impallidiscono frivoli al suo fianco.
Qualcuno mi ha detto "Islam è pace", e pace è proprio quello che abita queste pietre.
Sono contenta di essere venuta, mi riposo un po' dalla metropoli da cui sono stata inghiottita in questi giorni. Qui Parigi torna bambina e dimessa.
La moschea vive e non si cura di me, sembra che tutti si conoscano.
Le donne sono bellissime nei loro vestiti ricamati, si fotografano a vicenda insieme a figli e mariti con cellulari e fotocamere. Vanitose. Sanno quanto sono belle nel sole pomeridiano.
Pace fino al mattino.
Io. Quanto sono immensamente lontana dalla divinità. Mi rattristo.
Eppure non riesco più ad andarmene, è come se il mio corpo non volesse lasciare questo luogo. E' meraviglioso essere qui. Canto di uccelli, vento, qualche parola araba qui e là, volatile, piumata.
Pace fino al mattino.

martedì 7 settembre 2010

Cittadinanza: Italiana
Tradizione: Italiana
Cucina: Italiana
Letteratura: Italiana
Eleganza: Italiana
Indifferenza: Italiana
Omertà: Italiana
Umanità: Respinta
Clandestina.

sabato 3 luglio 2010

Libia

Leggo il giornale con orrore. Voglio scriverne ma non trovo parole per commentare quello che sta succedendo in Libia in questi giorni, mentre il mondo è seduto con ciabatte e birra di fronte ai mondiali.
Penso agli amici che quel viaggio l'hanno fatto. Che sanno cos'è una prigione libica. Che sanno che mai ci si dovrebbe andare, mai. E soprattutto mai ci si dovrebbe tornare. Come sanno che non si può e non si deve ritornare al paese da cui si è fuggiti disertando il servizio militare. Che l'accoglienza non sarà buona, ma qualcosa di disumano, come questo silenzio.
Come sfondare questo muro di indifferenza non lo so. I chilometri non cancellano le storie, né i segni delle botte. Vorrei poter dire ai miei amici eritrei di tormentarci, di raccontare continuamente i loro viaggi a chiunque, ovunque. Che ad ogni singolo italiano incontrato in autobus, in treno o al supermercato regalino una parte di storia e di orrore. Un po' di ferite, di sete, di piaghe...tutto quello che non si può raccontare.

sabato 26 giugno 2010

La Poltrona


Non ricordo come si chiama, forse non lo so. Mi piace quello che dice.
Lo dice sprofondando in una poltrona a rotelle, sotto un albero. Grigia, finta pelle da ufficio. Venerdì sera, giardini Fava, Bologna. Non è arrabbiato ma parla chiaro, pensa chiaro.

"Vi stanno togliendo tutti i diritti, uno ad uno, e voi non fate niente. Mi dispiace dirlo, ma questa cultura italiana del non pensare e del non agire è una vostra enorme stupidità. Prima di venire in Italia credevo che il problema dell'Africa fossero il colonialismo e ciò che ne ha preso il posto, ma soprattutto gli europei.
Vi immaginavo ricchi sfruttatori. Poi sono arrivato qui e vi ho visti, ho visto che avete i nostri stessi problemi, che vivete come noi e vi ribellate meno di noi. Allora ho capito che non esiste più nero e bianco, non può più esistere una lotta così. Esistono europei poveri ed africani poveri. Esistono ricchi e poveri, senza colori. La lotta è globale, la lotta deve essere globale.
Penso ad uno dei più grandi leader africani, Thomas Sankara. Lui aveva capito: non ha mai attaccato o accusato gli europei di tutti i mali africani, ma ha accusato il capitalismo. Non si tratta di persone o razze, ma di modelli economici. Sankara andava in bicicletta, guidava una Renault 5, viaggiava in classe economica. Ha vissuto come viveva il popolo, ha promosso la salute del popolo.
E' stato uno dei primi a dire che la gente aveva diritto di mangiare ciò che coltivava e di coltivare ciò che voleva mangiare.
La politica europea è fondata su una menzogna e nessuno la smaschera. La menzogna è quella di pensarvi democratici. Ciò che per voi è deemocratico è il vostro interesse e pretendete anche di esportarlo. Chiedetevi cos'è questa democrazia che vi fa fare la fame".
Poi sprofonda nuovamente nella poltrona: "Mi piacciono le poltrone, a casa dei miei amici tutti mi lasciano la poltrona appena entro".

Estrae un'armonica e suona.
Io penso a noi, schiavi di una poltrona fantasma, ormai anche un po' scomoda.

venerdì 4 giugno 2010

Giugno mimetico

Attraverso la città pedalando. A Parma qualsiasi distanza si può coprire in bcicletta, e questo mi piace. Mi perdo per le strade del centro, l'aria è calda, è tempo di giugno.
In piazzale della Pace c'è gente, tanta gente, anche se ancora non si sentono le chitarre e le percussioni estive.
In piazzale della Pace ci sono anche due uomini in divisa mimetica. Sono militari.
E' per la sicurezza. Sono una trentina, ruotano. Sono distribuiti in alcune aree "sensibili".
Li guardo camminare in coppia, armati. Attorno a loro Parma continua il suo pomeriggio sonnolento. Gente al bar, chi guarda le vetrine, chi passeggia sui tacchi. Lo scenario è surreale. Aria di guerra per la pace dei parmigiani.
Non so a voi, a me le armi fanno paura.
Ad Addis Abeba prima delle elezioni ho visto militari ad ogni angolo. Erano uguali.
Dove finisce il regime e dove inizia la sicurezza?
Io non mi sento sicura, ma legata.